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Infrasternal Angle: quanto conta davvero nella valutazione del movimento?

24 ago
Tempo di lettura: 15 min

Negli ultimi anni l’Infrasternal Angle, o ISA, è diventato un concetto sempre più presente nel mondo della riabilitazione, della preparazione atletica e dell’allenamento orientato alla biomeccanica. Personalmente ho iniziato ad approfondirlo attraverso modelli moderni di interpretazione del movimento, in particolare quelli che utilizzano la forma della gabbia toracica per formulare ipotesi sulle strategie attraverso cui una persona respira, produce pressione, orienta il tronco e organizza il movimento.

Più studiavo questo argomento, però, più sentivo la necessità di andare oltre le classificazioni moderne di “Narrow” e “Wide”. Ho quindi iniziato a confrontare questi modelli con testi anatomici e riabilitativi più datati, leggendo autori come W.G. Hamilton, Florence Kendall e Shirley Sahrmann. Ed è proprio tornando indietro nella letteratura che si comprende un aspetto fondamentale: molte delle osservazioni che oggi vengono presentate come concetti innovativi sulla forma del torace erano già state descritte decenni fa, anche se utilizzando terminologie e finalità cliniche differenti.


Questo non significa che i modelli attuali siano inutili o semplicemente una ripetizione del passato. Al contrario, il loro valore può stare proprio nella capacità di organizzare osservazioni anatomiche già conosciute all’interno di un sistema più ampio di interpretazione del movimento. Il problema nasce quando una singola caratteristica anatomica viene trasformata in una spiegazione universale del comportamento di una persona.

Per questo motivo, prima di chiederci se l’ISA debba guidare la scelta degli esercizi o se possa descrivere determinate strategie di movimento, credo sia necessario partire da una domanda molto più semplice: che cos’è realmente l’Infrasternal Angle e cosa sappiamo della sua anatomia?

 

1. Prima di “Narrow” e “Wide”: che cos’è realmente l’Infrasternal Angle?

Il termine Infrasternal Angle descrive letteralmente l’angolo situato inferiormente allo sterno, formato dalla convergenza dei margini costali destro e sinistro nella regione sottosternale. È quindi una caratteristica geometrica della parte inferiore della gabbia toracica, determinata principalmente dall’orientamento delle coste inferiori e dalla loro relazione con lo sterno.



Una delle prime difficoltà che ho incontrato approfondendo l’argomento riguarda però proprio la terminologia. Cercando “Infrasternal Angle” nella letteratura scientifica si trova infatti molto meno materiale di quanto ci si aspetterebbe considerando l’enorme attenzione che questo concetto riceve oggi nel mondo del fitness e della riabilitazione.

La spiegazione è relativamente semplice: nella letteratura anatomica questa regione viene frequentemente descritta utilizzando termini differenti, come costal arch, cioè arco costale, oppure subcostal margin, margine sottocostale. Questo dettaglio terminologico è tutt’altro che secondario, perché se la ricerca viene limitata esclusivamente all’espressione “Infrasternal Angle” si rischia di avere l’impressione che si tratti di un concetto relativamente recente o poco studiato, quando in realtà la morfologia della gabbia toracica e dei margini costali viene descritta da moltissimo tempo.

Un secondo punto che ritengo fondamentale riguarda la distinzione tra anatomia statica e comportamento dinamico.

Una parte della letteratura disponibile sull’ISA si è concentrata sulla possibilità di misurare l’angolo attraverso metodiche radiografiche e sulla riproducibilità di queste misurazioni. Questo può essere interessante dal punto di vista anatomico, ma risponde soltanto parzialmente alle domande che mi interessano come professionista del movimento.

Una radiografia ci mostra infatti una configurazione in un determinato istante. Durante la respirazione e il movimento, invece, la gabbia toracica modifica continuamente la propria forma: le coste cambiano orientamento, i diametri toracici aumentano e diminuiscono e anche l’angolo sottosternale può modificarsi.

Per questo motivo, oggi considero utile distinguere almeno due domande differenti.

La prima è:


“Qual è la forma dell’ISA di questa persona?”

La seconda, probabilmente più interessante dal punto di vista funzionale, è:

“Quanto e in quale modo questa configurazione è capace di cambiare?”

Sono due informazioni correlate, ma non equivalenti.


Una persona può presentare una determinata morfologia toracica a riposo e allo stesso tempo mostrare una capacità maggiore o minore di modificarla durante inspirazione, espirazione o differenti richieste motorie. Ed è proprio questa distinzione che impedisce, a mio avviso, di trasformare troppo rapidamente una semplice osservazione anatomica in una classificazione funzionale.

Anche la forma generale del torace presenta infatti una notevole variabilità individuale. Nei vecchi testi anatomici vengono descritte gabbie toraciche più coniche, cilindriche o appiattite, con differenze nei diametri antero-posteriori e medio-laterali, nell’orientamento delle coste, nella posizione dello sterno e nelle proporzioni generali del tronco.

Queste osservazioni sono particolarmente interessanti perché mostrano come la variabilità della gabbia toracica non sia affatto una scoperta recente.

Molto prima che diventassero comuni termini come “Narrow ISA” o “Wide ISA”, l’anatomia descrittiva aveva già riconosciuto l’esistenza di differenti configurazioni toraciche.

Questo rappresenta, secondo me, il primo passaggio importante per comprendere correttamente l’ISA: non stiamo osservando una patologia e nemmeno necessariamente una strategia compensatoria. Stiamo innanzitutto osservando una caratteristica morfologica di una struttura anatomica estremamente variabile.

Solo successivamente possiamo chiederci come quella struttura venga utilizzata durante respirazione e movimento.

Ed è proprio qui che la storia dell’ISA diventa ancora più interessante, perché alcuni testi anatomici del passato iniziano già a descrivere due configurazioni del tronco che ricordano sorprendentemente gli archetipi che oggi definiamo “Wide” e “Narrow”.


2. Dai vecchi archetipi anatomici ai moderni concetti di Narrow e Wide

Uno degli aspetti che ho trovato più interessanti approfondendo la storia dell’Infrasternal Angle è che molte delle caratteristiche che oggi associamo ai concetti di “Narrow” e “Wide” erano già state descritte nella letteratura anatomica diversi decenni fa, anche se con un linguaggio differente e senza le implicazioni biomeccaniche che oggi tendiamo ad attribuire a queste configurazioni.



Un esempio particolarmente utile viene dal testo Surface and Radiological Anatomy di W.G. Hamilton, nel quale vengono descritte differenti conformazioni del tronco, tra cui un broad trunk, cioè un tronco più largo, e uno slender trunk, più stretto e allungato.

Nel broad trunk le coste tendono a presentare un orientamento relativamente più orizzontale, il diametro trasversale del torace è maggiore e l’angolo sottosternale tende naturalmente a essere più ampio. Anche la regione lombare viene descritta come relativamente più corta e lo sterno come posizionato più in alto.


Nello slender trunk, invece, la configurazione generale è differente: il tronco appare più lungo e stretto, le coste assumono un orientamento maggiormente obliquo verso il basso, la regione lombare tende a essere più lunga e l’angolo infrasternale risulta generalmente più acuto.

Queste descrizioni sono interessanti perché mostrano chiaramente che la forma dell’ISA non può essere separata dalla geometria complessiva del torace.

Un angolo più largo non esiste semplicemente perché “le coste sono aperte”, così come un angolo più stretto non significa automaticamente che una persona stia “chiudendo” volontariamente la gabbia toracica. L’orientamento delle coste, la lunghezza relativa del tronco, la posizione dello sterno e le proporzioni tra i diametri toracici contribuiscono tutti alla configurazione osservata.

È proprio qui che, a mio avviso, bisogna essere molto prudenti quando si passa dall’anatomia alla biomeccanica.

Nei modelli moderni queste caratteristiche vengono talvolta associate a differenti predisposizioni verso flessione o estensione dello scheletro assiale. Un tronco più largo, con coste relativamente più orizzontali e una regione lombare più corta, viene frequentemente interpretato come una configurazione più compatibile con strategie di estensione. Al contrario, un tronco più stretto e allungato, con coste maggiormente oblique, viene spesso associato a una maggiore predisposizione verso strategie di flessione.

Questa interpretazione può essere utile, ma preferisco considerarla una tendenza biomeccanica, non una conseguenza obbligatoria della struttura.

Una persona non “vive in estensione” semplicemente perché possiede un ISA ampio, così come un soggetto con un angolo stretto non deve necessariamente comportarsi come un corpo permanentemente flesso. La morfologia modifica il punto di partenza del sistema, ma il comportamento finale dipende anche da muscolatura, respirazione, abitudini, esposizione al carico e capacità di adattamento.

Questo passaggio è particolarmente importante perché è facile trasformare due archetipi anatomici in due categorie rigide.

Nella pratica, invece, osserviamo continuamente persone che non rientrano perfettamente in nessuno dei due estremi. Alcuni toraci mostrano caratteristiche intermedie, altri presentano differenze tra la parte superiore e quella inferiore della gabbia toracica, mentre in altri ancora la configurazione visibile può essere modificata significativamente dall’attività muscolare.

È per questo che oggi utilizzo i concetti di Narrow e Wide soprattutto come modelli descrittivi, utili per iniziare a formulare un’ipotesi sulla configurazione del torace, ma insufficienti da soli per descrivere come quella persona respirerà, si muoverà o produrrà forza.

Un altro elemento storico che trovo interessante riguarda il modo in cui alcuni testi descrivevano lo slender trunk attraverso termini come asthenic o hyposthenic, riferendosi a individui con corporatura più esile e, secondo le classificazioni dell’epoca, una minore robustezza generale.

Da qui è relativamente facile comprendere perché i modelli moderni abbiano costruito associazioni tra toraci più larghi e capacità di gestire livelli maggiori di pressione e forza, mentre i toraci più stretti vengono spesso collegati a strategie caratterizzate da minori pressioni interne e maggiore facilità nei movimenti rotatori o più dinamici.

Il punto, però, è che queste associazioni devono rimanere ipotesi da verificare.

La parte che considero realmente utile non è quindi stabilire che “un Wide è forte” e “un Narrow è mobile”, ma comprendere come una differente geometria del tronco possa rendere alcune strategie relativamente più accessibili e altre più costose.

La struttura crea un contesto.

Non determina da sola il comportamento.

Ed è proprio per questo che, prima di utilizzare l’ISA per interpretare il movimento, bisogna capire quanto della forma che osserviamo dipenda realmente dall’anatomia e quanto invece possa essere modificato dall’attività dei muscoli addominali e dalla respirazione.


3. L’ISA è dinamico: muscoli addominali, respirazione e capacità di cambiare forma

Arrivato a questo punto dello studio, il passaggio che considero più importante è smettere di pensare all’Infrasternal Angle come a una semplice fotografia anatomica. La forma di partenza conta, ma ciò che rende l’ISA davvero interessante dal punto di vista funzionale è la sua capacità di modificarsi in risposta alla respirazione, alla posizione del tronco e all’attività dei muscoli addominali.

Nei testi di Florence Kendall questo concetto emerge in maniera molto concreta. Il trasverso dell’addome, per esempio, viene descritto come un muscolo capace di comprimere i visceri e appiattire la parete addominale, ma la sua porzione superiore può anche contribuire a ridurre l’angolo infrasternale. Durante l’espirazione, quindi, la diminuzione dell’ISA non è soltanto il risultato passivo dell’aria che esce dai polmoni: è accompagnata dall’azione muscolare che modifica l’orientamento delle coste inferiori.

Questo è un punto importante perché ci permette di separare meglio la configurazione strutturale dalla strategia utilizzata in quel momento.

Due persone con una morfologia toracica simile possono infatti mostrare comportamenti differenti dell’ISA durante la respirazione. Allo stesso modo, lo stesso soggetto può presentare un angolo apparentemente diverso modificando semplicemente posizione, tensione addominale o fase respiratoria.

Un esempio particolarmente interessante è quello del sit-up descritto da Kendall.

Nella prima fase del movimento, quando il tronco inizia a flettersi e il torace viene depresso, l’attività degli obliqui interni può determinare una modificazione dell’orientamento delle coste inferiori che le porta relativamente verso l’esterno. Visivamente, la porzione inferiore della gabbia toracica può quindi apparire più larga e l’ISA può aumentare.

Proseguendo il movimento, però, il comportamento cambia. Nelle fasi successive entrano maggiormente in gioco le fibre anteriori degli obliqui esterni, che contribuiscono a riportare le coste inferiori medialmente e a ridurre nuovamente l’angolo.

Questo esempio mi ha aiutato molto a comprendere perché non mi fido più della sola impressione visiva dell’ISA.

Può capitare di osservare una persona che presenta un angolo relativamente stretto immediatamente sotto lo sterno, mentre le coste inferiori sembrano poi aprirsi molto lateralmente, creando quasi una forma “a campana”. Se guardassi soltanto la larghezza inferiore potrei essere portato a classificarla come Wide. In realtà quella geometria può essere fortemente influenzata dall’attività muscolare e dalla posizione del torace, senza rappresentare necessariamente la struttura di partenza del soggetto.

Anche il retto dell’addome entra in questo equilibrio. Una trazione prevalentemente verticale del retto, se non adeguatamente bilanciata dalla componente contenitiva degli obliqui esterni, può favorire una configurazione in cui le coste inferiori rimangono relativamente più aperte. Ancora una volta, ciò che vediamo dall’esterno non coincide automaticamente con ciò che possiamo definire “strutturale”.

È proprio per questo motivo che trovo più interessante osservare come l’angolo reagisce quando creo una richiesta precisa, piuttosto che limitarne la valutazione alla posizione di riposo.

Shirley Sahrmann propone un esempio molto chiaro di questo ragionamento. Nel suo assessment l’ISA viene utilizzato anche per ottenere informazioni sulla lunghezza e sulla rigidità della muscolatura addominale, in particolare degli obliqui esterni.

Il soggetto porta entrambe le braccia sopra la testa ed esegue un’inspirazione profonda. In questa condizione la gabbia toracica viene posta in una situazione nella quale dovrebbe essere possibile aumentare l’espansione e, conseguentemente, ampliare l’angolo infrasternale.

Se l’ISA rimane molto stretto nonostante questa richiesta, Sahrmann interpreta il dato come compatibile con una maggiore rigidità o ridotta lunghezza degli obliqui esterni.

Al di là del valore specifico della soglia utilizzata, quello che trovo estremamente interessante è il principio dell’assessment: non chiedere soltanto come è fatto il sistema, ma verificare se riesce a cambiare quando gli viene offerta l’opportunità di farlo.

Questo, nella mia pratica, è diventato molto più utile della semplice classificazione statica.

Un ISA stretto che riesce ad aprirsi bene durante un’inspirazione profonda non mi fornisce la stessa informazione di un ISA altrettanto stretto che rimane praticamente immobile. Allo stesso modo, un ISA ampio capace di ridursi durante l’espirazione rappresenta un comportamento differente rispetto a un torace che mantiene costantemente la stessa configurazione.

Per questo oggi considero la variabilità dell’angolo almeno importante quanto la sua misura iniziale.

La domanda non è più soltanto:

“È Narrow o Wide?”

ma diventa:

“Quanto è capace di allargarsi, restringersi e modificare la propria forma quando cambiano respirazione, posizione e richiesta muscolare?”

È in questa differenza tra forma e capacità di cambiare forma che, a mio avviso, l’ISA comincia ad assumere un significato realmente funzionale.


4. Guardare oltre l’angolo: la forma tridimensionale del torace

Più approfondivo l’Infrasternal Angle, più diventava evidente un limite molto semplice: un angolo osservato frontalmente non può descrivere da solo una struttura tridimensionale complessa come la gabbia toracica.

È uno dei passaggi che considero più importanti, perché impedisce di attribuire all’ISA un significato che non può sostenere da solo.

Nei testi di Shirley Sahrmann la gabbia toracica viene descritta considerando non soltanto l’orientamento delle coste inferiori, ma anche le sue dimensioni complessive, in particolare il rapporto tra il diametro antero-posteriore e quello medio-laterale.

In altre parole, due persone possono mostrare frontalmente un angolo infrasternale apparentemente simile e avere comunque toraci molto differenti.

Un soggetto può avere una gabbia toracica relativamente larga da destra a sinistra ma poco profonda anteriormente e posteriormente. Un altro può avere un diametro trasversale più contenuto ma una maggiore profondità toracica. Se guardassi esclusivamente l’ISA, rischierei di mettere nella stessa categoria due configurazioni geometricamente molto diverse.

Ed è proprio qui che l’osservazione deve diventare tridimensionale.

Sahrmann descrive, per esempio, alcune differenze morfologiche tendenziali tra uomini e donne. Nei maschi viene frequentemente osservato un torace relativamente più ampio sul piano medio-laterale e più appiattito sul piano antero-posteriore, mentre nelle donne la gabbia toracica tende mediamente a presentare una conformazione più arrotondata e cilindrica, pur mantenendo dimensioni complessive inferiori.

Naturalmente si tratta di tendenze anatomiche generali, non di regole applicabili automaticamente al singolo individuo. Ma il principio che ne ricavo è molto importante: la forma del torace dipende dal rapporto tra più dimensioni, non dalla sola apertura dell’angolo sottosternale.

Questo cambia anche il modo in cui interpreto concetti come “espansione” e “compressione”.

Quando diciamo che un torace è compresso, infatti, dobbiamo sempre chiederci: compresso dove?

Anteriormente? Posteriormente? Lateralmente? In una specifica regione costale? In maniera simmetrica o prevalentemente da un lato?

Utilizzare la parola “compressione” senza specificare la direzione rischia di diventare poco informativo.

Un torace può essere relativamente ridotto nella dimensione antero-posteriore e contemporaneamente molto sviluppato lateralmente. In quel caso non possiamo semplicemente definirlo “piccolo” o “compresso”: presenta una distribuzione specifica del volume.

Questo concetto mi ha aiutato anche a comprendere meglio alcune interpretazioni moderne della gabbia toracica.

Se una struttura presenta già una determinata espansione in una direzione, il sistema dovrà comunque trovare strategie per controllarla e stabilizzarla. Viceversa, una regione che presenta minore disponibilità volumetrica può diventare un’area nella quale l’espansione respiratoria risulta più difficile da ottenere.

Il punto importante, però, è non confondere la forma anatomica di partenza con la strategia muscolare utilizzata per gestirla.

Una gabbia toracica più larga non significa automaticamente che quella persona sia “espansa” in ogni regione. Allo stesso modo, un torace apparentemente stretto frontalmente può mantenere una considerevole profondità antero-posteriore.

Per questo motivo, quando osservo l’ISA cerco sempre di inserirlo all’interno della geometria complessiva del tronco.

La domanda non è soltanto:

“Quanto è aperto l’angolo?”

ma anche:

“In quale forma tridimensionale è inserito quell’angolo?”

Esiste poi un altro fattore che trovo importante perché riporta immediatamente il ragionamento alla realtà clinica: la composizione corporea.

Sahrmann sottolinea come una marcata adiposità addominale, in particolare quando è presente una significativa componente centrale o viscerale, possa esercitare una pressione meccanica sulla regione inferiore del torace e contribuire a modificare l’orientamento delle coste.

Questo significa che, in alcuni soggetti, un ISA molto ampio può essere influenzato anche dalla massa presente all’interno e intorno alla cavità addominale.

È un esempio perfetto di quanto possa diventare pericoloso interpretare un singolo dato fuori dal contesto.

Se una persona presenta una forte obesità centrale e un angolo infrasternale molto largo, sarebbe riduttivo attribuire quella configurazione esclusivamente a una particolare strategia respiratoria o muscolare. In quel caso esiste anche una componente meccanica evidente legata alla distribuzione della massa corporea.

Ed è proprio questo uno degli insegnamenti che ho tratto maggiormente dalla lettura di questi autori: l’ISA acquista significato soltanto quando viene contestualizzato.

Morfologia del tronco, orientamento delle coste, diametri toracici, respirazione, attività muscolare e composizione corporea contribuiscono tutti a determinare ciò che osserviamo.

Più consideriamo queste variabili insieme, meno sentiamo il bisogno di trasformare un singolo angolo in una spiegazione universale.


5. L’ISA deve davvero guidare la scelta degli esercizi?

A questo punto arriva inevitabilmente la domanda più pratica: quanto deve pesare l’Infrasternal Angle quando scelgo un esercizio?

È probabilmente qui che, negli ultimi anni, il concetto di ISA è stato utilizzato in maniera più rigida.

L’idea di partire dalla morfologia del torace per formulare ipotesi sul comportamento di una persona può essere interessante. Il problema nasce quando questa ipotesi viene trasformata direttamente in una prescrizione.

Un soggetto viene classificato come Narrow e, di conseguenza, alcuni esercizi vengono considerati poco adatti; un altro viene classificato come Wide e viene indirizzato automaticamente verso determinate varianti.

Personalmente oggi faccio molta attenzione a non compiere questo passaggio troppo velocemente.

Se utilizzo l’ISA, lo utilizzo per farmi una domanda in più, non per eliminare anticipatamente delle possibilità.

Prendiamo un esempio molto discusso: l’hinge e, nello specifico, un Romanian Deadlift.

Un soggetto con caratteristiche riconducibili a un archetipo Narrow potrebbe teoricamente mostrare una maggiore familiarità con strategie che richiedono una certa organizzazione in flessione e una minore facilità nell’esprimere alcune componenti di estensione dello scheletro assiale.

Questa informazione, però, non mi porta alla conclusione:

“Questa persona non dovrebbe fare un RDL.”

Mi porta piuttosto a osservare come riesce a farlo.

Riesce a spostare posteriormente il centro di massa senza perdere completamente l’organizzazione del tronco? Riesce a ottenere l’hinge senza trasformarlo in una strategia compensatoria? Riesce a gestire progressivamente ROM e carico mantenendo le caratteristiche che sto cercando?

Queste sono, per me, domande molto più utili della semplice appartenenza a una categoria.

L’allenamento, del resto, non dovrebbe limitarsi a riprodurre soltanto ciò che una persona sa già fare bene.

Se un soggetto presenta una strategia preferenziale, questo non significa necessariamente che tutto il programma debba rinforzarla. In alcuni casi può essere molto più utile costruire gradualmente l’accesso a ciò che inizialmente risulta meno disponibile.

È proprio questo uno dei punti sui quali mi sono trovato maggiormente a riflettere.

Se interpretiamo gli archetipi in maniera rigida, rischiamo di confondere predisposizione con destino.

Una determinata struttura può rendere alcune posizioni più immediate, economiche o intuitive, ma l’adattabilità del sistema umano è molto più ampia della sua configurazione iniziale. L’obiettivo dell’allenamento è anche aumentare il numero di soluzioni che una persona è capace di utilizzare.

Per questo non considero particolarmente utile dividere gli esercizi in “esercizi per Narrow” ed “esercizi per Wide”.

Preferisco chiedermi quale adattamento sto cercando, quale richiesta impone quell’esercizio e se il soggetto possiede, o può costruire, le capacità necessarie per tollerarla.

Questo non significa ignorare la struttura.

Al contrario, conoscere la configurazione del soggetto può aiutarmi a capire perché una variante venga percepita come più semplice o più complessa, perché una stance venga scelta spontaneamente più stretta o più larga, oppure perché una persona trovi immediatamente una determinata strategia.

L’ISA può quindi avere un valore descrittivo e predittivo, ma non necessariamente prescrittivo.

In altre parole, può aiutarmi ad anticipare ciò che potrei osservare, ma quello che vedo durante il movimento deve avere sempre più peso della previsione iniziale.

Lo stesso vale per le scelte spontanee del soggetto.

Una persona può preferire una stance più stretta, una presa differente o una specifica posizione del tronco perché quella configurazione risulta più compatibile con la propria struttura. Non vedo necessariamente motivo di correggere queste preferenze soltanto per uniformarle a un ideale tecnico.

Allo stesso tempo, però, non voglio che quella preferenza diventi l’unico spazio nel quale la persona è capace di muoversi.

È una distinzione sottile ma, secondo me, fondamentale.

Una cosa è rispettare la strategia più efficiente di una persona. Un’altra è costruire un programma che le permetta di possedere soltanto quella strategia.

Questo è anche il motivo per cui oggi considero pericoloso utilizzare l’ISA per creare una lista di esercizi consentiti e vietati.

Un esercizio non è “sbagliato” perché non rappresenta la configurazione preferenziale di un soggetto. Può semplicemente richiedere un livello di capacità che quella persona, in quel momento, non possiede ancora.

A quel punto il problema non è necessariamente l’esercizio.

Possono esserlo il carico, il ROM, la velocità, la posizione iniziale, la quantità di fatica o la complessità della variante scelta.

Ed è esattamente qui che entra in gioco il lavoro del coach.

Modificare il contesto affinché la persona possa gradualmente accedere a quella richiesta è molto diverso dal vietarla perché appartenente alla “categoria sbagliata”.

Per questo, quando programmo, continuo a tornare a due domande molto semplici:

Quale adattamento voglio ottenere?

e

questa variante permette a questa persona di costruirlo in maniera efficace?

L’ISA può aiutarmi a comprendere una parte della risposta.

Non dovrebbe sostituire la risposta.

6. Come uso oggi l’ISA e come lo comunico

Dopo aver approfondito questi modelli e averli confrontati con testi anatomici e riabilitativi più tradizionali, oggi considero l’Infrasternal Angle un dato utile, ma con un ruolo molto più preciso rispetto a quanto spesso viene attribuito online.

Non lo considero una diagnosi, non lo considero una categoria identitaria e soprattutto non credo che dire a una persona “sei un Narrow” o “sei un Wide” le fornisca realmente un’informazione utile.

Dal punto di vista del cliente, nella maggior parte dei casi, questa classificazione aggiunge poco. Può anzi creare il rischio opposto: trasformare una normale variante morfologica in qualcosa che viene percepito come un problema da correggere.

Per questo preferisco utilizzare l’ISA principalmente come informazione interna al mio ragionamento professionale.

Se una determinata configurazione mi aiuta a formulare un’ipotesi sulla geometria del torace, sulla capacità di modificarne la forma o sulla facilità con cui una persona accede a determinate strategie, allora il dato ha un valore. Ma deve rimanere subordinato a ciò che osservo realmente.

La parte che oggi mi interessa maggiormente non è quindi assegnare un’etichetta, ma comprendere la relazione tra forma di partenza e capacità di variazione.

Posso osservare un ISA stretto, ma ciò che voglio sapere è se riesce ad aprirsi quando creo una condizione favorevole all’espansione. Posso osservare un ISA ampio, ma mi interessa verificare se il soggetto riesce a ridurlo quando la richiesta lo richiede. Posso riconoscere una determinata morfologia, ma voglio capire se quella persona possiede soltanto la propria strategia preferenziale oppure se dispone di alternative.

È questa distinzione che, secondo me, separa un utilizzo intelligente del modello da un utilizzo eccessivamente deterministico.

Per lo stesso motivo, non credo abbia molto senso chiedersi semplicemente se l’ISA sia “sopravvalutato” o “sottovalutato” in termini assoluti.

Direi piuttosto che è sopravvalutato quando viene utilizzato come spiegazione universale, quando da una singola misura vengono dedotte automaticamente capacità motorie, scelta degli esercizi o presunti compensi.

Al contrario, può essere molto utile quando viene trattato per ciò che realmente è: uno dei tanti dati attraverso cui osservare la configurazione e il comportamento della gabbia toracica.

Ed è probabilmente questa la conclusione più importante a cui sono arrivato.

Più studio la biomeccanica, meno mi interessa classificare una persona e più mi interessa capire quanto il suo sistema sia capace di adattarsi.

L’ISA può offrire una finestra interessante su questo processo.

Ma resta una finestra.

Non è l’intero edificio.

 
 
 

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