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Il mito del bacino retroverso: ti elenco 5 punti sul perché quasi non esiste


Per DECENNI , una lordosi lombare ridotta è stata interpretata come prova evidente di retroversione pelvica. Una curva “piatta” equivaleva automaticamente a bacino in posterior tilt.


Oggi sappiamo che questa lettura è incompleta. L’osservazione statica non basta a descrivere ciò che il sistema sta realmente facendo dal punto di vista neuromeccanico.


1) Un vero posterior tilt bilaterale attivo richiede una strategia muscolare costante

Per mantenere il bacino stabilmente in retroversione attiva servirebbe:

  • Attivazione tonica della parete addominale profonda (obliqui interni e trasverso) per contenere la gabbia toracica e controllare il bacino anteriormente

  • Co-attivazione bilaterale degli ischiocrurali per tirare l’ischio inferiormente e posteriormente

  • Riduzione continua dell’attività dei paraspinali lombari

  • Coordinazione respiratoria orientata verso espirazione controllata


Questa configurazione implica un controllo neuromotorio sofisticato e un dispendio energetico elevato. Il sistema nervoso, in condizioni croniche, tende a preferire strategie più economiche basate su compressione articolare e tensione passiva piuttosto che su attivazione muscolare costante. Per questo una retroversione bilaterale realmente attiva e mantenuta nel tempo è rara.


2) La perdita di lordosi non equivale a retroversione funzionale

Una lordosi lombare ridotta può derivare da molte variabili:


  • Traslazione anteriore del bacino rispetto ai piedi (sway pattern)

  • Adattamenti toracici che modificano l’allineamento lombare

  • Rigidità globale con perdita di segmentazione vertebrale

  • Strategie di bilanciamento per mantenere il centro di massa


In questi casi il bacino può apparire “sotto”, ma posteriormente è spesso ancora presente compressione su faccette articolari, articolazioni sacro-iliache e comparto acetabolare posteriore. Non c’è vera retroversione attiva, ma una configurazione passiva in cui la stabilità è ottenuta riducendo il movimento.


3) Il parametro centrale non è il tilt, ma l’alternanza

Il concetto chiave non è stabilire se il bacino sia in anterior o posterior tilt, ma valutare se il sistema possa alternare tra le due condizioni. Alternanza significa:


  • Capacità di spostare il carico da un emilato all’altro

  • Possibilità di ottenere rotazione interna ed esterna femorale in modo bilaterale

  • Modulazione della pressione intra-addominale in relazione al movimento

  • Gestione dinamica dell’inlet e dell’outlet pelvico


Quando l’alternanza è assente, il sistema rimane bloccato in una configurazione dominante, indipendentemente dall’apparenza visiva della lordosi.


4) I due emilati non si comportano necessariamente allo stesso modo

Il bacino non funziona come un’unica unità rigida. Ogni emilato può presentare:

  • Differente orientamento acetabolare

  • Differente capacità di rotazione femorale

  • Differente gestione del carico in stance

  • Differente controllo muscolare


Per questo la valutazione deve essere unilaterale ( In Academy usiamo test specific per vedere se la persona ha un tilt anteriore cronico).

Test specifici permettono di analizzare come ciascun lato risponde in termini di mobilità, controllo e compressione. Un lato può comportarsi come in anterior tilt mentre l’altro mostra limitazioni diverse. Generalizzare è clinicamente pericoloso.


5) Rigidità apparente e instabilità reale

Molti soggetti che sembrano “stabili” in realtà stanno utilizzando una strategia compressiva. La rigidità percepita è spesso il risultato di:

  • Blocco in end-range estensorio

  • Tensione legamentosa continua

  • Perdita di leverage muscolare

  • Ridotta capacità di modulare pressione e rotazione


Questa stabilità passiva riduce il costo energetico ma limita il movimento tridimensionale. Una retroversione bilaterale attiva e cronica sarebbe funzionalmente molto limitante; molto più frequente è una configurazione dominata da estensione e compressione posteriore con perdita di variabilità.


QUINDI, ricapitolando, molte schiene “piatte” non sono veri bacini retroversi, ma sistemi bloccati in strategie compressive.


I sintomi più comuni? Lombalgia da estensione, rigidità persistente nonostante lo stretching, difficoltà a ottenere posterior tilt attivo, limitazione di IR femorale e sensazione di carico costante sulle faccette lombari o sulle sacro-iliache.


Spesso c’è perdita di alternanza: un lato domina, l’altro non riesce a gestire rotazione e pressione. La stabilità diventa passiva, legamentosa, con riduzione del leverage muscolare e controllo respiratorio inefficiente. Non è una questione di “postura sbagliata”, ma di strategia neuromeccanica inefficiente e poco adattabile.


Al corso di Mobilità Articolare Funzionale analizziamo in dettaglio questi pattern, insegnando come riconoscerli attraverso test segmentari e unilaterali.

Nei mastermind dedicati a low back pain, pubalgia e disfunzioni pelviche approfondiamo poi le implicazioni cliniche e le progressioni di intervento.

Capire questi meccanismi significa smettere di inseguire il sintomo e iniziare a leggere la biomeccanica che lo genera.

 
 
 

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